Associazione

In principio …

La storia dell l’Associazione Volontari Ospedalieri:

1975 · Nasce a Milano

l’Associazione Volontari Ospedalieri.

1978 · Si costituisce la FEDERAVO che coordina le sedi diffuse sul territorio nazionale.

2004 · Si costituisce Avo Regionale Veneto Onlus ed è una associazione di 2° livello ed ha il compito di rappresentare, coordinare, supportare e indirizzare le sedi AVO nel Veneto.

L’Associazione Volontari Ospedalieri è presente in Italia con oltre 240 sedi che operano in 500 ospedali, RSA, Case di riposo con oltre 30.000 volontari e oltre 3.000.000 le ore di servizio gratuito prestate in un anno.

 

Era un pomeriggio dell’estate del 1975. Erminio Longhini, primario alla Divisione Campari dell’ospedale di Sesto San Giovanni, camminava velocemente attraverso un reparto del grande Policlinico di Milano in cui era stato chiamato da un collega per un consulto accanto a un malato grave.
A un certo momento, passando in una corsia, sentì un gemito. Si guardò attorno: una donna, accasciata in un letto, un braccio teso a fatica verso la porta, mormorava alcune parole incomprensibili … D’istinto, Longhini le si avvicinò. “Le serve qualcosa?” , le chiese. “Acqua. Acqua. Ho tanta sete … “. Il medico si guardò attorno. Le altre ricoverate sembravano tranquille. Indifferenti. Alcune leggevano. Alcune riposavano. Al centro della corsia, una ragazza in camice bianco puliva il pavimento senza interessarsi a quanto le succedeva attorno. “Scusi”, disse Longhini rivolgendosi a lei. “Non sente che quella signora sta chiamando? Forse ha bisogno di aiuto”. La ragazza interruppe il suo lavoro e lo guardò con aria meravigliata. “Non tocca a me”, gli rispose. “Non sono un’infermiera. Sono solo un’inserviente”. E riprese la pulizia della stanza. Longhini suonò il campanello a capo del letto della ricoverata e attese l’arrivo dell’infermiera del reparto. Le indicò la degente, la pregò di interessarsi di quanto le serviva e se ne andò all’appuntamento che l’aspettava.
Il piccolo episodio l’aveva lasciato sconcertato. “Non tocca a me”, continuava a ripetersi. “Non tocca a me … “. D’accordo, l’inserviente aveva formalmente tutte le ragioni del mondo. Il medico non c’era. L’infermiera non era presente nella sala e stava di sicuro occupandosi di qualcun altro.
Le malate di quella corsia avevano già abbastanza preoccupazioni per loro stesse per dar retta a un lamento a cui, forse, erano abituate. Ma quella donna aveva un sia pur piccolo problema da risolvere e nessuno se ne faceva carico. “Non tocca a me”, aveva detto l’inserviente. “E allora”, continuava a domandarsi Longhini, “a chi tocca?” Dopo il consulto, tornò nel suo ospedale, a Sesto San Giovanni.
La sera stessa incontrandosi con un gruppo di amici decise di raccontare loro il piccolo episodio: gli sarebbe tanto piaciuto trovare una risposta a quella semplice domanda. Longhini, medico da più di vent’anni, proponeva, infatti, di operare all’interno di una struttura sanitaria per portare fra gli ammalati una solidarietà “nuova” , offerta gratuitamente da cittadini comuni che si facessero carico dei loro problemi psicologici e umani.
La discussione fu lunga. Alla fine, insieme con lui, gli amici scoprirono che la risposta non avrebbe potuto essere che una: “A ciascuno di noi. A ogni cittadino”. Chiunque, infatti, dovrebbe sentire il dovere di partecipare in modo diretto al miglior funzionamento del “bene comune”, non accontentandosi di “deleghe” (pur votate con fiducia) a persone che considera suoi rappresentanti, ma impegnandosi, per quanto è possibile, in prima persona.
Fu proprio quella sera dunque che prese l’avvio l’idea di creare una organizzazione di volontariato ospedaliero. L’iniziativa, fu deciso, sarebbe stata sperimentata nell’ospedale di Sesto San Giovanni in cui, dopo aver ottenuto i necessari permessi, sarebbero stati inseriti quanti avessero accettato la proposta di entrare nelle corsie per “umanizzare” la vita dei degenti.
Decisa la strada su cui incamminarsi, il gruppo di amici di Erminio Longhini cercò subito di concretizzare il progetto. Ognuno di loro si impegnò in un compito ben preciso: trovare l’appoggio dei responsabili dell’ospedale, per prima cosa. Esaminare l’iniziativa con i sindacati sanitari e cercare i volontari. Prevedere per loro un’adeguata preparazione e coinvolgere la stampa perché se ne facesse portavoce.
Fu un momento di grande impegno ma anche di grande entusiasmo: al primo piccolo gruppo di amici si unirono altre persone che donarono tempo e capacità perché questa speranza (che sembrava quasi un’utopia) si realizzasse. Uno di loro offrì anche alcuni locali nei quali si installò il quartier generale di tutte queste operazioni.
Finalmente il 6 maggio del 1976, nell’aula Borghi del Policlinico di Milano, ebbe inizio il primo corso di formazione per i futuri volontari.
L’AVO era finalmente una realtà.

Se voi ASCOLTATE, sarà il malato stesso a condurre

il discorso; perché il malato desidera realmente

parlare di se stesso. Il malato ha bisogno di esporre i

propri sentimenti, e soprattutto di esprimerli ad un

altro essere umano